Né private né cattoliche: si scrive paritarie!

Ci risiamo. Quando si parla di finanziamenti alle scuole paritarie scoppiano di nuovo i lamenti queruli di intellettuali, professori e giornalisti laicisti, quando non le offese e le mistificazioni. Quindi se si parla di stanziare 200 milioni per le scuole paritarie – rectius: per le famiglie dei ragazzi che le frequentano – anche se la notizia viene smentita dal Ministero scatta il rosario dei soliti argomenti (vedi a questo proposito la lettera firmata da varie associazioni, tra cui l’Agesc e la Fism). Questa volta ho intercettato Nadia Urbinati, politologa del Fatto e di Repubblica:

Con tutta la buona volontà richiesta in tempi di emergenza, non si può onestamente accettare un provvedimento che toglie risorse all’università statale per destinarle alle scuole private. […] Ma perché la virtù del dimagrimento non dovrebbe valere anche per il settore privato? Perché solo nella già martoriata scuola pubblica i tagli dovrebbero tradursi in efficienza? (Così viene umiliata l’ istruzione pubblica, 05 luglio 2012, p.1)

Risposta: forse perché le scuole non statali già non beccano praticamente nulla. Come riporta un articolo di Tempi le scuole paritarie sono frequentate da più dell’11% degli scolari del paese, ma a fronte di questo percepiscono meno dell’1% dei finanziamenti. Nel caso specifico significa che per ogni studente delle superiori paritarie lo stato contribuisce per la cifra di 51 euro, contro gli 8.108 spesi per uno che frequenta la scuola pubblica.

Fonte: Avvenire

Non ci sono errori: si tratta davvero di oltre 160 volte di più. Eppure le scuole paritarie svolgono un ruolo pubblico riconosciuto e regolato dalla legge. Eppure la libertà di educazione – e quella corrispondente di insegnamento – non dovrebbe essere considerata come una graziosa concessione dello stato, ma un diritto degli individui e delle famiglie. Lo dovrebbe sapere la professoressa Urbinati, che insegna alla prestigiosa Columbia: un’università americana privata e piuttosto costosa, che ciò non ostante riceve contributi pubblici sia diretti che indiretti, sotto forma di finanziamenti federali alla ricerca (sui finanziamenti pubblici alle università americane vedi qui, p. 32, qui e qui).

In tutta Europa le scuole non statali ricevono contributi pubblici, che poi non sono altro che i soldi che legittimamente spettano alle famiglie per le tasse che pagano. In Italia invece oggi non si possono detrarre dalle tasse nemmeno le spese della retta di iscrizione, a differenza di quanto accadeva fino all’anno scorso per quelle sostenute per curare cani e gatti. Ma di che cosa stiamo parlando?

Le scuole paritarie sono un fenomeno esteso in tutta la filiera scolastica, che in alcuni ambiti – in particolare asili nido e scuole materne – sopperiscono a un compito che lo stato non riesce ad assolvere. I tagli del governo e la crisi economica mettono oggi a dura prova questa realtà. che tra le altre cose rappresenta un sicuro e ingente risparmio per lo stato. Spiace quindi sentire ancora una volta la banalità di certi argomenti, come quando Michele Ainis parla di finanziamenti alle “scuole cattoliche, pardon, private”, come di “pacchi dono”. Del resto il finto lapsus rende bene il senso e il vero obiettivo di queste operazioni mediatiche che periodicamente si ripropongono. Eppure nessuno impedisce a professori universitari, radicali, massoni, veganiani e rotariani di mettersi nel profittevolissimo business delle scuole “private”. Prima, si spera, che chiudano tutti i nidi parrocchiali.

Scuola Statale e Paritaria: numeri, costi e… risparmi (dossier a cura dell’Agesc)

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10 commenti

  1. “A favore”: sta qui il cardine della disinformazione. Intona il ritornello di falsità che sentiamo da anni. Prima di scrivere bisogna sapere di che si tratta.
    Purtroppo la logica dei contributi si presta a questa e ad altre strumentalizzazioni di parte. E’ tempo e ora di passare al tavolo dei diritti e pretendere che siano realizzati: il diritto delle famiglie alla libertà di educazione e il diritto di istruzione per tutti. Ma proprio per tutti, non solo per chi esce di scuola e va a manifestare per le strade imitando quello che ormai fanno solo i loro nonni…
    L’Italia (e la Grecia) in questa materia sono gli unici paesi fuori dell’Europa. Ecco, bisognerebbe presentare queste istanze di libertà alle istituzioni europee.

  2. Qui (http://www.comegufi.org/2011/02/26/antischola/) scrissi un commento a margine delle esternazioni dell’allora premier.
    Stare ai fatti, che spesso sono numeri, non è cosa semplice, perché anch’essi patiscono interpretazioni. Mi pare però che il dato di fatto sia che senza l’apporto delle paritarie non sarebbe possibile l’istruzione dell’infanzia, oggi in Italia. Giusto? Sbagliato? Costruire più scuole statali significherebbe fare uno sforzo che questo e i passati governi non intendono fare. Per tenersi buona la CEI? Possibile; sicuramente per una miopia di fondo, enorme: la medesima che relega la formazione ai margini.
    Penso davvero che il problema sia anche di ordine ideologico (le scuole non sono libere, se non nella misura in cui obbediscono alla Costituzione; ma mi chiedo dove la “nostra” rivendicazione di libertà di insegnamento potrebbe finire se un giorno venisse aperta una scuola di ispirazione islamica, che intenda obbedire al dettato costituzionale!): quando riusciremo a coordinarci per riportare la scuola al centro del discorso?
    In ogni caso: se si vuole libertà di insegnamento, le condizioni di partenza delle scuole – in una logica di virtuosa concorrenza – devono essere le medesime. A me pare che le secondarie superiori statali lavorino in condizioni inaccettabili. Come insegnante in una paritaria non posso accettare di danzare sulle ceneri altrui, perché il mio servizio è e rimane pubblico.
    E però: quanti pregiudizi nei confronti delle paritarie cattoliche? Giustificati? Non sempre.
    scusate la lungaggine. gvr

    1. Spunti molto interessanti, sia nel commento che nel post che citi. IN verità la contrapposizione scuola statale/scuola paritaria fa comodo solo ad alcuni, non rispecchia una realtà fatta spesso di collaborazione e di stima reciproca. Quanto alla scuola islamica: penso che i tempi siano maturi perché accettiamo anche questo tipo di sfide.

  3. E dove la mettiamo la Costituzione: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato” (art. 33, comma 3=?

    1. Ci sono varie interpretazioni. Ad esempio si considera che l’inciso “senza oneri per lo stato” si possa riferire all’istituzione di scuole, non al loro funzionamento.

    2. Questione già superata, ormai è un luogo comune. Un logoro vessillo ideologico.
      Di fatto le scuole paritarie sono un sollievo per le casse dello Stato: in termini di pura convenienza economica conviene alle finanze pubbliche che queste scuole non chiudano! Andate a rivedere le tabelle pubblicate da Daniele nel post di apertura.
      Se questione di principio deve essere, non sta qui. Sta nella libertà di educazione, anch’essa inclusa nella Costituzione.

  4. Come dire: della Costituzione prendiamo quello che ci fa comodo, il resto sono pure interpretazioni. Bella morale paritaria! Sono orgoglioso di essere stato educato in una seria e rigorosa scuola della Repubblica!

    1. Infatti finora il famoso inciso stracitato (“senza oneri per lo Stato”) è stato preso come veto ideologico per il comodo della realtà più consociativa della Repubblica.
      Aver paura della libertà di educazione, creare mostri e buttarli in prima pagina, strillare lanciando invettive “contro-a-prescindere” porta fuori dalla realtà in cui siamo: una società plurale, che avrà futuro se le libertà saranno realizzate.

      Daniele,

  5. Giovanni Boschetti · · Rispondi

    Le scuole paritarie cottoliche (materne, elementari, medie e superiori) fanno risparmiare allo stato italiano circa SEI MILIARDI DI EURO ALL’ANNO. I genitori pagano le rette e i contributi pubblici fanno fronte alle spese per 30% circa del costo: lo stato rispetto alla scuola pubblica risparmia il 70% – un bel risparmio!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Lo stato italiano dovrebbe sostenere e aggiornare l’importo dei contribti forma da dieci anni. Giovanni Boschetti

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