Appunti sul concetto di vergogna

Certo, la politica non è una faccenda etica. Ma c’è pur sempre una certa misura minima di sentimento del pudore e di obbligo di decenza, che anche in politica non può essere violata impunemente.

Max Weber

Non è per vergogna che si fanno le rivoluzioni […] La vergogna è già una rivoluzione; essa è realmente la vittoria della Rivoluzione Francese sul patriottismo tedesco, dal quale era stata vinta nel 1813. La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa. E se un’intera nazione si vergognasse realmente, diverrebbe simile al leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stesso. Ammetto che in Germania non esiste ancora neppure la vergogna; al contrario, questi miserabili sono tutti patrioti.

Karl Marx, Lettera a Arnold Ruge, marzo 1843, in Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol. III, 1843-1844, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 147.

La vergogna da sempre segnala lo stato della relazione fra singolo e comunità d’appartenenza, il grado di coesione di un insieme sociale, e molto racconta della condivisione di valori e di orientamenti. Guardando a come, quanto e quando è percepita la vergogna in una determinata società, possiamo ricostruire il grado di corrispondenza fra le sue norme e i suoi ideali e i comportamenti individuali, collettivi e istituzionali.

Ogni organizzazione sociale contiene al suo interno una nozione e una definizione della vergogna e del vergognoso congrue e coerenti con la propria “cultura emozionale” e con le proprie esigenze di coesione e di ordine sociale. Quanto più una società è coesa tanto più vi circola la vergogna, che funziona come un’emozione sentinella del legame sociale. Quando, invece, come accade quasi ovunque nel mondo occidentale contemporaneo, poco ci si vergogna individualmente e istituzionalmente, ci troviamo di fronte a un segnale evidente di frammentazione dell’insieme sociale, di una scarsa legittimazione istituzionale e alla caduta non solo di norme condivise, ma anche di ideali e di aspirazioni comuni.

La vergogna è in questo senso fondamentale per le diverse forme dello stare insieme degli esseri umani. “È incredibile quanto la vergogna sia un ingrediente necessario a renderci socievoli; è una debolezza della nostra natura, tutti, quando ne sono affetti, la subiscono mal volentieri, e se potessero si sottrarrebbero ad essa; tuttavia, il buon andamento dei rapporti fra loro dipende da essa, e nessuna società potrebbe diventare civile se gli uomini in generale non vi fossero soggetti. Poiché dunque il sentire vergogna è penoso e ogni creatura si sforza sempre di difendersi, è probabile che l’uomo, cercando di eliminare questo disagio, finirebbe col dominare in grande misura la vergogna, una volta divenuto adulto. Ma questo sarebbe dannoso per la società, e quindi dall’infanzia e durante tutta l’educazione cerchiamo di accrescere anziché diminuire o eliminare il senso di vergogna.”[1]

Non si danno società senza vergogna, come non esistono forme di governo che non esercitino, arbitrariamente o legittimamente, il loro potere e il loro controllo anche attraverso le regole della vergogna. Il potere si esercita pure con la minaccia della vergogna pubblica, con riti di degradazione e di umiliazione o attraverso l’attribuzione dell’etichetta di “vergognoso” a individui o gruppi che si vogliono emarginare. La funzione di coesione della vergogna può trasformarsi allora in uno strumento di dominio e di oppressione, quando la vergogna è usata per limitare le libertà individuali con la minaccia dell’esposizione alla gogna. In questo caso la vergogna può avere anche un ruolo fortemente regressivo e repressivo. Ma se la vergogna è sempre necessaria per il controllo e per l’ordine sociale, per segnare i confini di culture e società, fa una grande differenza se a decidere di che cosa vergognarsi sia una scelta arbitraria di uno o più individui oppure il risultato di una contrattazione continua fra i membri di una stessa collettività.

Ugualmente non esistono individui che non posseggano alcun senso di vergogna. Anche chi apparentemente sembra non vergognarsi di nulla percepisce una sua qualche forma di vergogna. Vergognarsi, pur subendo varie metamorfosi nelle diverse società ed epoche storiche, segna sempre e fonda il nostro essere umani. Nel sentimento soggettivo della vergogna si prefigura un sentire che sembra presupporre una certezza dell’esistenza dell’altro essere umano, scrive Sartre.[2]

A livello individuale ciascuno di noi si vergogna quando sente, percepisce di aver tradito non solo un proprio Sé ideale, ma anche principi e modelli di comportamento condivisi. A livello collettivo si prova vergogna quando una comunità vede annullate le più elementari e basilari norme di convivenza e vede oltrepassato quel “comune senso del pudore” che fa sì che persone diverse per credo politico, religioso e culturale stiano e agiscano insieme. I cittadini di un paese, i membri di una comunità, possono provare vergogna quando le istituzioni abusano del potere non curandosi più di legittimare e spiegare le proprie decisioni e le proprie dichiarazioni, quando si è ridotti al silenzio e, per pigrizia o per conformismo, si accettano leggi e dichiarazioni in aperto contrasto con i principi che sono a fondamento di quello stare insieme.

Gabriella Turnaturi, Vergogna. Metamorfosi di un’emozione, Feltrinelli, Milano 2012, pp. 78-80

 


[1] Bernard de Mandeville, La favola delle api, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 42.

[2] Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, il Saggiatore, Milano 2008.

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