Nooo, un altro libro di un politico!

Cos’hanno in comune Pierluigi Bersani, Matteo Renzi, Bruno Tabacci e Nichi Vendola? I contendenti alle ultime primarie del PD scrivono tutti libri. Solo per citare alcuni titoli nel 2011 il segretario del PD ha sfornato Per una buona ragione (Laterza) e il governatore della Puglia C’è un’Italia migliore (Fandango); Tabacci ha pubblicato due volumi in poche settimane: Pensiero libero (Beltelgeuse) e Viaggio nella crisi (Rubbettino), mentre Renzi ha dato alle stampe Fuori! e Stil novo, una sorta di controstoria attualizzata di Firenze (entrambi con Rizzoli). Insomma: tutti i partecipanti alle primarie del centrosinistra sono anche scrittori; a parte Laura Puppato, che si deve accontentare del capitolo che le dedica Ivan Scalfarotto nel suo Ma questa è la mia gente (Mondadori, Strade blu, 2012). Indice di concretezza e di operosità veneta, oppure ulteriore conferma di discriminazione anti-femminile? Intanto anche a destra il segretario Pdl Angelino Alfano, sulla sua esperienza come ministro della giustizia, l’anno scorso ha dato alle stampe La mafia uccide d’estate (Mondadori 2011).

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Chi scrive davvero questi libri, ma soprattutto chi li legge? Vanno forte i libri-interviste e i colloqui (per fortuna difficilmente ci si azzarda a chiamarli dialoghi); in altri casi i vari consulenti, giornalisti e spin doctor rimangono più o meno dietro le quinte. Quanto alla seconda domanda, la risposta è: pochi, pochissimi. Del resto, voi comprereste un libro da uno che non ha voluto fare la fatica di scriverlo? Certamente ci sono anche politici che si sono messi a scrivere sul serio, a volte persino con buoni risultati commerciali, se non di critica. Gli esempi vanno da Walter Veltroni a Enrico Franceschini, che con il romanzo Nelle vene quell’acqua d’argento (Bompiani 2006) ha vinto premi letterari in Italia e persino in Francia; dall’altra parte, sempre per par condicio, si va dai pungenti pamhplet di Giulio Tremonti e ai libri-invettiva di Daniela Santanchè su Islam e condizione femminile.

Insomma pubblicare un libro è visto oggi come un passaggio necessario di ogni carriera politica che si rispetti, tanto che la recente uscita de Le parole e i fatti di Mario Monti – ancora da Rizzoli, la più attiva in questo campo assieme a Mondadori – è stata vista come ulteriore prova di delle ambizioni politiche dell’attuale premier. Nella maggior parte dei casi resta comunque l’impressione di un prodotto piuttosto sciatto, a cominciare dalla copertina. In altri paesi – in particolare quelli anglosassoni, Stati Uniti in testa – le opere dei vari Bill e Hillary Clinton e Tony Blair rappresentano dei casi editoriali, attesi per mesi e premiati dagli editori con succosi cachet. Oltreoceano inoltre nessuno ignora quanto Dreams from My Father – anche qui l’efficacia del titolo è una spia interessante –, scritto a 34 anni, sia stato fondamentale per la costruzione del mito di Barack Obama (Times Books 1995, riedito da Three Rivers Press nel 2004).

La scrittura politica costituisce da sempre una parte decisiva della storia culturale di ogni civiltà: senza scomodare i fasti di Cesare o di Pericle con la sua orazione sulla democrazia ricordata da Tucidide, è sufficiente solo accennare all’influsso sulla cultura italiana dell’opera di Gramsci,  oppure ricordare la poderosa Storia della seconda guerra mondiale, che nel 1953 valse a Churchill il Premio Nobel per la letteratura. Del resto anche in tempi più recenti c’è stata nella politica italiana una notevole tradizione di scrittura politica, ancora una volta soprattutto a sinistra: se di Alcide De Gasperi –  escludendo gli epistolari e le opere postume –  ci restano tutto sommato pochi titoli, per lo più raccolte di discorsi, attribuiti a Togliatti ci sono invece arrivati decine di volumi, comprese traduzioni delle opere di Stalin, Marx ed Engels e innumerevoli curatele di autori classici, come ad esempio Voltaire. Del resto anche di Stalin e Kim Il Sung sono rimaste Operae omniae composte ciascuna di decine di volumi: per lo più frutto del lavoro di solerti funzionari desiderosi di accreditare il caro leader come un gigante del pensiero.

Da noi in Italia sembra a volte di essere rimasti in questo solco di pensiero, e forse non è un caso che da noi furoreggi il libro-manifesto, mentre dall’altra parte dell’Atlantico vanno per la maggiore le biografie e le ricostruzioni storiche. In generale nel nostro paese è però il livello del linguaggio e della discussione pubblica a lasciar desiderare, oscillando storicamente tra gli estremi contrapposti dell’ideologismo e del populismo. Sarà che non ci sono ancora le storie personali giuste, sarà che mancano le parole e la sensibilità per raccontarle, sta di fatto che in Italia i libri dei vari politici sembrano ancora più che altro l’occasione per una presentazione inter nos in una paludata aula del Parlamento, con annessa conferenza stampa e passaggio televisivo nei talk-show amici. Insomma, anche i politici non sembrano sfuggire al fascino della carta stampata, tipico di un paese con tanti autori e pochi lettori come il nostro.

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