Femminicidio e media: i perché di una perplessità

Sul femminicidio c’è in questi giorni nella rete una sorta di flame war generalizzata tra parti ideologicamente contrapposte. In queste condizioni argomenti del genere sono campi minati da cui sarebbe saggio tenersi alla larga: quello della violenza sulle donne è un tema delicato, in cui è difficile miscelare il dovuto rispetto per le vittime con la lucidità di analisi. Tuttavia un post di Sergio Frigo mi stimola a rispondere alla sua domanda: perché il clamore sul femminicidio sembra disturbare alcuni uomini?

Le possibili ragioni per una perplessità

Può dare fastidio innanzitutto l’impressione di una distinzione tra vittime di serie A e di serie B. Come se per una donna sia meno grave essere uccisa da una donna anziché da un uomo, oppure che un uomo ucciso da una donna sia a prescindere un fatto meno grave (segue un esempio più in là).

Non è apprezzabile in secondo luogo un’informazione allarmistica: si tratti di incidenti ferroviari, di infanticidi (come ai tempi di Cogne), di immigrati e così via. Di solito queste campagne sono poi il miglior modo per evitare una seria riflessione sui problemi.

In terzo luogo nessuna buona causa giustifica la manipolazione della realtà. Quanti sono i femminicidi, quante le violenze? A cosa ci riferiamo? Girano troppi numeri, spesso senza fonte. In realtà sulla questione, come documenta Fabrizio Tonello, è difficile trovare dati tali da far gridare all’emergenza (vedi però anche l’obiezione di Nadia Somma). Secondo Davide De Luca in Italia ci sarebbero addirittura meno omicidi sulle donne rispetto alla maggior parte dei paesi sviluppati.

Può infine risultare fastidioso che diverse associazioni e movimenti utilizzino questi episodi per attaccare la famiglia e il matrimonio, visti come luoghi di sottomissione e di violenza (vedi ad esempio il delirante post di Giuseppina La Delfa), quando invece spesso potrebbe essere proprio lo sfilacciamento di questi istituti una delle cause prime di tali delitti.

Informazioni carenti e orientate

Tempo fa un blog collegato al Corriere della Sera ha pubblicato una galleria di ritratti di donne uccise nel 2012. Scorrendo queste terribili storie mi sono imbattuto in quella di Antonia Azzolini. In questo caso però si tratta di un omicidio-suicidio commesso dal marito Salvatore De Salvo, dopo che la famiglia era stata ridotta sul lastrico in seguito alla perdita del lavoro di lui. I due si adoravano ed erano probabilmente d’accordo per togliersi la vita insieme, come più volte annunciato: anche in questo caso si può parlare di femminicidio? Che dire invece di Pietro Fiorentino, disoccupato quarantenne che prima di uccidersi stermina quattro persone: l’ex moglie, la figlia di 8 anni, la suocera e il cognato disabile, che però non viene riportato nella lista del Corriere perché è un uomo. Molte delle vittime infine sono di origine straniera: quanti di questi casi sono dovuti a specifiche situazioni di arretratezza culturale, economica e sociale, difficilmente collegabili con la situazione italiana e con uno specifico “odio di genere”?

La soluzione è colpevolizzare?

C’è però soprattutto un’altra ragione per cui il dibattito sul femminicidio e in generale sulla violenza sulle donne, tale quale è condotta sui media, può turbare un uomo: ed è il fatto che esso lo coinvolge personalmente e direttamente. Quella che infatti viene messa in discussione non è tanto la violenza in quanto tale – nessuno farebbe fatica a condannarla – quanto la stessa identità maschile e il rapporto tra i sessi. Lo dice esplicitamente Frigo quando scrive di una “responsabilità di genere” dei maschi:

È inequivocabile… che in tutte le società a commettere atti di violenza siano soprattutto i maschi, specialmente in giovane età; anche se è noto che essi si uccidono o si feriscono soprattutto fra di loro; ma è altrettanto inequivocabile che lo stesso non accade per le femmine, perché a uccidere o ferire le donne non sono altre donne, ma in prevalenza sono proprio i maschi. Mettiamola così: se per paradosso la società fosse solo femminile, molte meno donne morirebbero di morte violenta. E questo non dovrebbe spingere ogni maschio pensante a farsi carico in proprio della questione della componente violenta insita nel comportamento maschile?

Genere e violenza

Lo confesso: personalmente anch’io farei fatica ad accettare una responsabilità collettiva per un crimine così odioso come la violenza contro le donne, e non mi riconosco affatto in una visione caricaturale della virilità come quella proposta. La forza, fisica e sopratutto morale, implica sempre una responsabilità e un servizio: era questo l’insegnamento tramandato nella famiglia tradizionale e nel quale mi riconosco. Un vero uomo, per quanto ridicola possa apparire oggi questa espressione, non colpisce i più deboli: li difende. Chi violenta e uccide tradisce questo mandato, e non è neppure degno di essere considerato un uomo.

Dico la verità: non so cosa sarei capace di fare a una persona che avesse fatto del male a mia moglie, a mia sorella, a mia figlia o a una qualsiasi donna. E sinceramente non mi scandalizzo che qualcuno chieda persino la pena di morte. Credo però che si debbano anche evitare cacce alle streghe e i colpevolismi preconcetti.

Chi ci perde e chi ci guadagna

Su questo ho una storia da raccontare. Un caro amico spagnolo (direi più di un amico), padre di due figli, in maniera del tutto inaspettata (e per me quasi incredibile) durante la causa per la sua separazione è stato accusato dalla moglie di violenze. Coi crimenes de género in Spagna oggi non si scherza, così il mio amico è stato ammanettato e spedito subito in galera senza tanti complimenti, restandoci per diversi giorni. Qualche tempo dopo si è ucciso. Quali statistiche terranno conto di lui e di quelli che hanno fatto la sua stessa scelta disperata? Quanti sono i suicidi tra i divorziati e i separati? E quanti padri e mariti separati vanno incontro alle stesse accuse, incontrando spesso nelle corti e nell’opinione pubblica un’atteggiamento pregiudizialmente ostile? (vedi a questo riguardo un caso riportato dal blog la 27 ora).

In conclusione: condanniamo, combattiamo la violenza, in qualunque forma si presenti, in particolare quella contro i più deboli. I problemi non sono le campagne di informazione, l’aumento delle case-rifugio e forse anche l’inasprimento delle pene, tutte cose sicuramente ottime; la questione che divide sta, a mio modo di vedere, nel messaggio proposto attraverso i media e la politica. Dividendo e “sindacalizzando” i sessi dimentichiamo che uomo e donna nascono per essere i migliori alleati.

La paura dell’altro, anche fisica, rischia quindi di essere nella società di oggi un motivo di ulteriore solitudine. A chi giova questo? Sicuramente agli affari, sembra rispondere il buon Bauman: l’indebolimento dei legami, e la paura e l’isolamento che ne conseguono, è decisivo nel trasformarci in consumatori ideali, concentrati esclusivamente sui nostri bisogni.

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2 commenti

  1. Caro Daniele, quanto alle nostre responsabilità in quanto maschi ti faccio questa osservazione un po’ banale ma mi sembra di buon senso: se i tuoi figli litigano e si picchiano fra loro, è un problema loro e tuo. Ma se picchiano i figli dei vicini di casa, tu in quanto padre devi andare a chiedere scusa, e poi fare in modo che non accada più. Mi sembra che sia lo stesso anche per noi uomini nei confronti dei nostri pari genere che picchiano le compagne. Quanto al tuo amico, non dici se davvero picchiava la moglie, e non è affatto secondario: si è ucciso perchè colpito da un’accusa ingiusta oppure perchè non sopportava quello che aveva fatto? E non sarebbe comunque un buon motivo per prevedere una norma che obblighi i violenti a sottoporsi a qualche trattamento?

    1. Trovo che questa lettura della storia e della società in chiave vittimistica-colpevolista, dove le vittime sacrificali predestinate sono le donne e i carnefici naturali sono gli uomini, faccia in realtà torto proprio alle donne.
      Sempre sulla base del buonsenso trovo abbastanza azzardato il paragone con la famiglia; detto questo la responsabilità – morale giuridica – è personale: non familiare, etnica, nazionale o di genere, e reputo questo una grossa conquista.
      Quanto al mio amico non so se abbia picchiato: a tutti è sembrato impossibile, ma chi può dirlo con sicurezza? Il problema è che la legge spagnola voluta da Zapatero, con perfetta logica emergenziale, impone il carcere preventivo per chiunque sia accusato di violenza di genere. Di certo il carcere non l’ha aiutato. E, siccome è stato messo in galera senza processo, non sapremo nemmeno mai com’è andata.
      Esiste tutto un mondo del disagio maschile – come quello dei papà separati o divorziati – che viene sistematicamente ignorato.

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