La memoria di Vera Vigevani Jarach

Vera Vigevani Jarach, per anni corrispondente dell’Ansa da Buenos Aires e leader storica di una delle associazioni più importanti delle madres de la Plaza de Mayo, ha vissuto in prima persona due tragedie del Novecento: l’Olocausto e la dittatura argentina. Ad Auschwitz è morto il nonno Ettore Felice Camerino, mentre la “guerra sporca” condotta dalla Junta argentina gli ha portato via la figlia Franca, rapita dalla polizia appena diciottenne e scomparsa in uno dei famigerati “voli della morte”.

Sulla sua figura e sulla sua testimonianza è incentrato il film documentario  Il rumore della memoria, diretto da Marco Bechis e trasmesso a puntate in questi giorni dal sito del Corriere della sera.

Vera_Vigevani

Ho incontrato Vera lo scorso 31 maggio 2013 a Padova, dove era venuta a presentare, instancabile come sempre, il libro “I ragazzi dell’esilio”, scritto con Diana Aguelar e Beatriz Ruiz. Ricordo che rimasi molto colpito da questa donna di 85 anni, che aveva vissuto il dramma peggiore che possa capitare – la perdita violenta e ingiusta di un figlio – e che pure parlava sorridendo, candida come i suoi capelli. Prima di prendere il microfono si aggiustò il fazzoletto bianco (“quando lo metto significa che parlo a nome delle madres e delle abuelas“, mi disse con un pizzico di orgoglio), e poi si mise a raccontare. Senza odio, ma con un biblico sentimento di giustizia.

Quando è morto Videla non ho sentito nulla di speciale. Sapevo che era in prigione. Giustizia era stata fatta.

Una sorte che non è toccata alla maggior parte dei militari golpisti, ma questo non sembrava deprimere più di tanto questa sopravvissuta al nazifascismo e alla dittatura dei militari, ancora incredibilmente energica e sorridente:

C’è una differenza con l’Italia: in Argentina nessuno si è fatto giustizia con le proprie mani (riferendosi a Mussolini, ndr). E nel Paese, ma direi anche in tutta l’America Latina, c’è oggi una nuova consapevolezza: la gioventù inizia di nuovo a credere nella politica. Forse per il Vecchio Mondo è arrivato il momento di osservare. Non sia mai che proprio dall’America Latina arrivino dei modelli da seguire.

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