Soli. Una voce dal Venezuela

Ho affrontato recentemente la situazione del Venezuela in un articolo pubblicato su Il Bo, e ripreso da Tempi.it. Ci torno perché mi è stato segnalato questo testo che si sta diffondendo in rete, che qui presentiamo tradotto per la prima volta in italiano (grazie Milly!). A parlare è una studentessa, che punta il dito contro l’indifferenza dei media e soprattutto delle élites intellettuali latinoamericane e internazionali. Anche se lo stile è a tratti sapiente e drammatico, tanto da lasciare spazio a qualche dubbio sul fatto che si tratti di una ragazza giovane e inesperta, la fonte pare affidabile: il musicista uruguaiano premio Oscar Jorge Drexler, difficilmente sospettabile di avere simpatie a destra. Qui la versione originale.

Lettera di una cugina venezuelana (figlia di esiliati politici della dittatura uruguayana), con la quale spiega alla famiglia la grave situazione in Venezuela questi giorni.

Questi giorni ho visto la foto dei presidenti dei paesi latinoamericani che posavano con Raúl Castro a Cuba. Una foto per lo meno curiosa, di vari uomini e donne che per la maggior parte hanno passato metà della loro vita cercando di convincere i propri cittadini di essere la migliore opzione di governo per il proprio paese, lottando per le proprio idee giuste o ingiuste, vincendo con enorme sforzo le elezioni, che sorridevano assieme all’erede designato della monarchia cubana. Come sempre quando vedo queste cose mi sono ricordato di Yoani Sánchez, l’ho immaginata sul sul pavimento di un’automobile presa a calci in faccia, quella volta che l’arrestarono per il solo fatto di tenere un blog, e mi chiesi se la pioggia di colpi sarebbe a volte diversa se lei sapesse che il giorno dopo a difenderla e ad accusare il regime e i suoi sbirri ci non fosse soltanto, diciamo, quella bestia di George Bush. Quando penso ai cubani finisco per dirmi sempre la stessa cosa: soli, li lasciamo soli.

Questo fatto della  foto avvenne prima che iniziassero le proteste in Venezuela. Ovvio, non sarei mai uscita a protestare: non perché mi mancassero motivi, ma piuttosto perché mi sembrava solo una cosa per buttare giù il governo. Fu allora che, una volta ancora, una ragazza dell’Università del Táchira fu assalita in pieno giorno da delinquenti; stava per diventare un’altra delle decine di migliaia di persone assassinate ogni anno in Venezuela (secondo cifre ufficiali) quando i ragazzi dissero “Basta!”. Uscirono, manifestarono, si comportarono male,  bruciarono macchine, chiusero gli accessi alle strade. Allora alcuni di loro furono fermati e mandati, senza alcun processo, direttamente in carcere a Coro, a mille chilometri di distanza.  In una delle tante dimostrazioni di questo surreale scenario  venezuelano, alle quali ormai ci siamo ultimamente abituati, i detenuti protestarono violentemente, dicendo che quei ragazzi non dovevano entrare in carcere: “Qui ci sono solo i criminali – dissero – gli studenti non devono stare qui”.

Tutto ebbe inizio csì. E qui, a Mérida, quello stesso pomeriggio iniziarono a manifestare gli studenti. E uscì Leopoldo Lopez, chiamando a manifestare. Non sarei andata, non mi piace per niente Leopoldo López, pur avendo nemici comuni, e penso che Henrique Capriles avesse ragione e molto coraggio chiedendo di non uscire a protestare, per non rischiare la vita degli studenti. Invece, la notte che precedette la manifestazione, arrivarono con più forza che mai i cosiddetti “collettivi”. A Mérida si chiamano Tupamaros. Li conosciamo tutti. Hanno motociclette, su cui viaggiano in due; quello dietro è armato. A volto coperto. La maggior parte di loro vive in condomini che prima erano residenze studentesche, dove ora la polizia non entra. Hanno anche un “braccio politico”, diciamo, che partecipa alle elezioni. Quel pomeriggio uscirono, ruppero le porte di un condominio dove alloggiavano vari amici miei, entrarono con le moto. Sparando. E fecero lo stesso in molti altri edifici, dove alloggiavano studenti che partecipavano abitualmente alle manifestazioni. Corsero in lungo e in largo per la città, con le “balene” antisommossa della polizia al seguito, di supporto. La stessa cosa si è ripetuta nel corso di tutti questi giorni di manifestazioni, in tutto il paese: mandano avanti i “collettivi” con le moto, armati, e la Guardia Nazionale dietro.

Io vivo qui a Mérida, e  quello che accade qui non l’ho appreso da una foto su Twitter: lo vedo coi miei occhi. Per questo ho partecipato alla manifestazione, vestita di bianco, come tutti. Non perché esista una cospirazione dell’Impero per far cadere Maduro, né perché mi abbiano convinta con un fogliettino della Cia a smettere di essere la figlia di un esiliato politico della dittatura dell’Uruguay per convertirmi in una fascista di estrema destra, per usare il termine con il quale mi chiama il nostro presidente. Ci sono andata – con paura certo, perché le pallottole non mi piacciono – a dire ai criminali motociclisti che la città non è loro, è nostra; che possiamo camminare su queste strade quando vogliamo; che non possono dirci, con le loro moto e pistole, dove andare. Sono andata perché, se mio padre fosse ancora vivo, sarebbe venuto sottobraccio con me assieme con gli studenti. Ed è stato molto bello, abbiamo cantato, si è unita a noi tutta la città nella più grande manifestazione che si fosse vista fino ad allora. Poi arrivò la sera, e di nuovo uscirono le moto. Mi chiamò un’amica, barricata nel proprio appartamento: “arrivano i ‘tupas’ e la polizia li protegge: chi difende noi?”.

I “tupas”. Non hanno scelto un nome a caso. Lo hanno scelto sapendo che ci sono molti, troppi intellettuali della cosiddetta sinistra latinoamericana, per i quali concetto e nome sono un tutto. Tu dici Tupamaros, e loro pensano ai torturati della dittatura uruguaiana, non ai ragazzi che sono andati alla manifestazione di ieri, facendo vedere le ferite che gli erano state inferte dalla guarda nazionale durante la detenzione. Sono quel tipo di gente che se dici ”guerrillero”, loro  pensano ad un bel ragazzo, con la barbetta e basco con stellina bianca, non ad un anziano narcotrafficante colombiano, senza scrupoli, capace di sequestrare bambini per portarli a combattere nella giungla. Sono quel tipo di persone che pensano che Chávez nazionalizzò il petrolio venezuelano e non fanno caso alla data in cui lo fece. Sono persone a cui dici che i politici venezuelani di opposizione non vanno mai in televisione da mesi perché è proibito e loro dicono1 “Ah, però…”. Pur sapendo che se un domani proibissero anche nel loro paese ai politici di opposizione di andare in tv si indignerebbero. E non sarebbero contenti se sapessero che un terzo dei ministri del loro paese sono militari, che ufficialmente non c’è separazione dei poteri, che il comandante dell’esercito ha giurato che l ‘ opposizione non avrebbe mai vinto le elezioni e che la presidente del consiglio nazionale elettorale festeggia tutti gli anni l’anniversario del colpo di stato di Chávez. E mi fermo, perché la lista sarebbe lunga.

In questo momento, per le strade del Venezuela, sta succedendo una tragedia. Non è solo il fatto che ci siano manifestazioni e la polizia antisommossa spari lacrimogeni e muoia qualcuno; non è solo questo, che purtroppo accade ogni momento nel mondo, ovunque. Il fatto è che ci sono gruppi armati finanziati dallo Stato che sparano e uccidono. E c’è la censura totale dell’informazione. Dovrebbe bastare questo, sapere che nel Táchira hanno chiuso internet e gli aerei da guerra sorvolano le città, che hanno chiuso le tv che davano queste notizie; dovrebbe bastare sapere che stanno attaccando i giornalisti, che sono morti  studenti, perché l’intellettuale di sinistra alzi finalmente gli occhi dall’ennesima copia de “Las Venas Abiertas de America Latina” e si guardi attorno, scopra che siamo nel ventunesimo secolo, che il muro di Berlino è caduto, che i ragazzi della Sierra Maestra sono invecchiati e adesso non lasciano i propri nipoti governare, né aprire un nuovo giornale, né uscire dal proprio paese, né fondare partiti politici, né gridare “Abbasso il governo!”. Che, se in Venezuela mancano pane, medicine e latte, non è perché Obama sta cospirando notte e giorno contro di noi. Che siamo perfettamente capaci di affondare economicamente un paese senza l’aiuto di nessuna multinazionale imperialista. La gente qui pensa che i governi dell’America Latina non dicano nulla delle atrocità che accadono in questo momento in Venezuela perché hanno i loro interessi economici. Io penso di no. Penso che sia per lo stesso motivo per cui fecero quella fotografia: perché vivono nel secolo scorso.

Sì. Maduro dice che sono una fascista violenta di estrema destra, che questa è una cospirazione internazionale per far cadere il suo governo. Che lo dica. Io domani tornerò a uscire coi ragazzi, a esigere al governo che disarmi i “collettivi”, a dire che le strade sono nostre, a ricordare la studentessa che è morta con una pallottola nella nuca, a dar coraggio all’altra che ha perso un occhio. E uscirò con lo stesso esatto orgoglio, innocenza ed allegria con il quale escono tutto gli studenti dell’America Latina a gridare viva la U, viva l’università, e muoia la Bo: la bota, lo stivale militare. E no, non spiegherò ai sinistroidi nostalgici quello che sta succedendo, né farò vedere loro i video, giurando che sono veri, ne mi siederò a discutere con loro di cose così elementari come il diritto alla libertà di espressione perché sono, siamo stufi. È sotto gli occhi di tutti, guardate, guardateci. Sono sicura che ci saranno (ci sono) molti che comprendono, e che questi non ci lasceranno da soli.

NOTA: articolo in seguito pubblicato anche su Tempi.it

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