Perché il “family pride” di Roma

Roberta e Luca hanno sette bambini, li sento telefonicamente mentre sono in treno per Roma, dove parteciperanno alla manifestazione indetta dal comitato Difendiamo i nostri figli. Per il viaggio hanno speso 350 euro: “Ultimamente Luca non viene pagato regolarmente per la sua attività di formatore – racconta Roberta, il sorriso dolce di chi non si lascia abbattere – . Poi un paio di giorni fa una vicina ci ha dato un assegno di 500 euro… Abbiamo subito comprato i biglietti, con il resto abbiamo fatto la spesa a preso un paio di sandaletti per il piccolino. Aspetta però, queste cose mica le scrivi?”.

Certo che le scrivo, le rispondo. Anche se le associazioni che hanno organizzato l’incontro hanno sconsigliato i partecipanti di rilasciare dichiarazioni. Loro sono restii a parlare: i giornali di oggi non riportano nemmeno la notizia, mentre è forte il timore di cadere in imboscate, di essere dipinti come omofobi o addirittura fascisti. “Oggi andiamo a Roma perché sulla famiglia si stanno decidendo un sacco di cose, e lo stanno facendo senza nemmeno consultarci“, dice Luca, qualche pelo e capello bianco su una faccia da ragazzo di 45 anni. “Ritengo sia giusto portare anche i bambini, visto che è soprattutto il loro futuro che si decide”.

Il problema, per questa coppia, riguarda soprattutto l’educazione. Continua Roberta: “La ragazza che fa la seconda superiore ha iniziato a frequentare le lezioni di ‘educazione alla salute’, durante le quali si dice che per conoscere il proprio corpo ci si deve masturbare. Per due anni abbiamo vissuto anche in Spagna: lì già alle medie a scuola ti dicono che se non ti senti bene con il tuo corpo si può cambiare sesso”. E per quanto riguarda le unioni fra omosessuali? “Non sono contraria. Il problema è se poi portano all’adozione dei figli e soprattutto all’utero in affitto”.

Soprattutto però Roberta e Luca vanno a Roma per riaffermare il loro ruolo e identità di famiglia, in particolare nella loro realtà di famiglia numerosa: “Oggi la famiglia è vista soprattutto come un disvalore. Lo stato ti ostacola piuttosto che aiutarti; quando andiamo in giro con i nostri figli c’è qualche occhiata di simpatia, ma la maggior parte ci guarda come se fossimo degli incoscienti, o addirittura alieni. Spesso le prime parole che ci vengono rivolte sono ‘adesso basta!’, o ‘ quando vi fermate?’. Come se i figli fossero solo un peso”. E voi cosa rispondete a chi vi dice che, in fondo, avete scelto da soli di cacciarvi in una situazione difficile? “Di solito lascio perdere, non vale nemmeno la pena di rispondere. Se dovessi parlare direi che i figli non sono solo nostri, sono persone. Sono il futuro, di questo paese e del mondo”.

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