Se in Grecia finisce un’era

Questa mattina, mentre la attraversavo a piedi, la città aveva un aspetto irreale. Le solite vetrine, la panetteria che vende le focacce a 7 euro (ma chi se le compra?), le scarpe a 200 (idem). Come gli spot televisivi: una massa di stimoli a comprare cose che non ti puoi permettere, nell’illusione che benessere e pienezza di senso derivino da questo. L’illusione in cui abbiamo vissuto fino ad adesso. La novità è che questo avviene in un sistema sull’orlo del fallimento.

La Grecia è quasi fuori dall’euro, sul piano inclinato per abbandonare l’Europa. E molti festeggiano. A me vengono in mente solo pensieri strani e un po’ cretini. Tipo che in caso di disastro completo difficilmente potrei sopravvivere e far sopravvivere la mia famiglia. Non so procurarmi il cibo, non so coltivare o allevare animali, ucciderli e squartarli; non so accendere un fuoco, non so costruire un riparo o prepararmi un giaciglio. Se domani il denaro scomparisse potrei solo fare bracciante, il mendicante o al massimo il cantastorie. Tutto quello che riesco a guadagnare per me e la mia famiglia dipende semplicemente dal mio essere un ingranaggio di un enorme meccanismo che in questo momento sta grippando. Era un precetto per i rabbini e i sapienti ebrei quello di avere un lavoro manuale: San Paolo fabbricava tende, Spinoza intagliava lenti. Dovevano essere pronti a prendere le loro cose e partire, adattabili a tutti gli ambienti. Noi no. Siamo solo parti di un meraviglioso sistema, che però oggi si scopre immensamente fragile.

Oggi ci si chiede se sia colpa della Germania, della Grecia o degli altri stati. Non lo so. Dicono che la Grecia vorrebbe che l’Europa continuasse a pagare le sue pensioni e i suoi stipendi pubblici. Altri invece sostengono che l’Europa ha strangolato il paese ellenico, in parte anche sulla base di pregiudizi etnici e culturali. Ma cos’è l’Europa oggi? Cos’è diventata in questi anni? La Comunità Europea del carbone e dell’acciaio, la prima delle istituzioni europee che poi hanno dato origine all’UE, è nata dall’incontro e dalla riconciliazione di due stati, la Francia e la Germania, la cui rivalità aveva contribuito a scatenare due guerre mondiali nei giro di trent’anni. L’Europa che oggi detestiamo nasce un sogno di uomini di stato profondamente cristiani come Schumann, Adenauer e De Gasperi, che avevano vissuto in prima persona i disastri provocati dal nazionalismo e dalle ideologie.

Cosa rimane oggi di quello spirito? Ben poco. Con il tramonto di questo sogno comune l’Europa è tornata ad essere lo scacchiere degli interessi degli stati e dell’alta finanza, oltre il terreno di scontro delle ideologie. 15 anni fa Giovanni Paolo II insisteva che l’Europa non poteva farsi solo sulla finanza, senza valorizzare le sue radici culturali e religiose. Non lo ascoltarono. Scrive il giurista tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde che un sistema politico ed economico non può reggersi solamente sulle sue regole, e nemmeno sull’ideologia individualista dei diritti, che proprio in questo periodo mostra la sua forza e la sua fascinazione (Diritto e secolarizzazione, Laterza, Bari 2007, in part. p. 53 s.). Senza valori condivisi e credenze comuni, senza un’identità, non ci sono norme e architetture istituzionali che tengano. Ricordiamocene oggi, mentre vediamo crollare il sogno delle generazioni che ci hanno preceduto, che ci ha assicurato 60 anni di benessere e di democrazia. E di pace.

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